gli inequivocabili risultati dei referendum sul nucleare tenuti in ambito nazionale e maggiormente in Sardegna in ambito regionale (dato il 97,4% di contrari) sono un segnale che nessuno mai più avrà il diritto di trascurare e questo è un fatto chiaro e nitido.
Rimane la certezza che di energia avremo sempre bis
ogno e sempre di più.
Tra le soluzioni immediatamente utilizzabili per disponibilità tecnologica e di mercato abbiamo il solare fotovoltaico e l'eolico che sono certamente la soluzione ottimale quando applicati all'economia all'Idrogeno teorizzata da Rifkin, ma purtroppo lustri dovranno passare prima che si giunga a quella meraviglia.
Non sembra oggi che queste rinnovabili possano bastare, sia per la loro natura intermittente, sia per il loro rendimento totale, non credo che le si possa oggi considerare una alternativa di per sè, a meno di tappezzare tutto il mondo di celle e pale.
Se le celle fotovoltaiche e le pale non sono sufficienti, il carbone inquina davvero troppo, il nucleare è una opzione indifendibile, la fusione verrà tra cinquant'anni, come andremo avanti?
Ecco tornare in auge le biomasse, posto che non sottraggano alle piante alimentari superfici tali da variare in modo incontrollato i rapporti economici come è accaduto per i cereali nobili quali il mais, ed il grano utilizzati per la produzione di biocarburanti di prima e seconda generazione.
Facciamo il punto:
Le biomasse tratte dagli ambienti già esistenti quali sottobosco, potature e scarti dall'agricoltura conferiscono in massima parte alla filiera del riscaldamento come le produzioni di pellet e briquette e difficilmente questa quota potrà essere girata a nuovi impianti a biomassa tanto quanto sarà difficile aumentare le superfici di produzione delle stesse biomasse spontanee, a meno di devastare l'alveo di ogni fiume e canale presente nel paese.
Attualmente le poche centrali a biomassa esistenti acquistano anche all'estero, a carissimo prezzo prodotti quali lo scarto della lavorazione della frutta a guscio o lo scarto della molitura delle olive, ecc; dubito che questa strada abbia un futuro anche se non sono un economista internazionale, visti i costi in costante aumento del gasolio per autotrazione, e la crescente domanda di tali risorse.
Quindi le biomasse vanno prodotte, acquistate e trasformate in loco secondo logiche di "Filiera Corta" e sono in grado di fornire lavoro ad un settore in costante crisi quale quello agricolo; le biomasse sono certamente in grado di risollevare il valore economico di intere aree geografiche che oggi producono alimenti che, data la concentrazione e l'estensione, già saturano il mercato. Così si produce ben poco valore e l'assottigliarsi dei margini di ricavo (manodopera e carburante aumentano senza posa) si arriverà in una generazione allo spopolamento ed alla perdita irrecuperabile di competitività; assommano già oggi alle migliaia gli ettari incolti e i disoccupati.
Esistono in Italia specie al sud, interi comparti geografici praticamente falliti, con tassi di disoccupazione vertiginosi, che hanno avuto in passato una forte vocazione agricola ma che oggi sono alla canna del gas per varie ragioni. Queste stesse zone (per esempio il Medio Campidano a sud della Sardegna) hanno una incidenza della radiazione solare pari o quasi al nord Africa, acqua in abbondanza nel sottosuolo ed in superficie e terreni derivati da bonifica quindi fertili come nessun altro, hanno anche una fortissima fame di lavoro e speranza che delusa da anni li sta spopolando e ne deprime il valore; queste aree oggi non hanno futuro.
Esistono in Italia zone fortemente inquinate che sono interdette alla produzione alimentare e che necessitano al tempo stesso di trattamenti di fitorimedio e ripristino ma anche di riconversione industriale e valorizzazione; ve ne sono nel Lazio ed in Puglia, per esempio l'area dell'ILVA di Taranto o le superfici di qualunque discarica esaurita; già nel 2008 scrissi di una tecnologia di trasformazione delle biomasse in energia che non rimette in atmosfera gli inquinanti che sono contenuti nella materia vegetale di partenza(perciò estratti dal suolo): la pirolisi veloce e la gassificazione della biomassa, con questi metodi e con piante in grado di estrarre l'inquinamento dai terreni si ottiene il molteplice beneficio di rimediare all' inquinamento producendo energia, lavoro e valore aggiunto alla zona geografica di applicazione, nonchè la promozione di sviluppo industriale per le stesse aree grazie ad un prezzo incentivato dell'energia per le aziende che in tali zone stabiliscono la produzione.
Nell'ultimo anno sono stati fatti dei salti che hanno trasformato queste opzioni tecnologiche in raltà industriali che sono già disponibili sul mercato oggi.
Come noto, diversi anni fa, prevedendo una simile direzione dello sviluppo della produzione energetica, ho dato il via ad un protocollo di produzione in vitro del vetiver, pienamente testato oggi, che sebbene non abbatta significativamente i costi di produzione del materiale vivo sulle grosse quantità, ne permette la produzione su larga scala, per fornire in contemporanea il materiale di partenza necessario alla nascita di iniziative che necessitino di grandi numeri di piante.
I costi, in confronto al costo degli impianti di trasformazione delle biomasse, sono comunque molto accessibili e diventano necessari dei centri di produzione di piante associati agli impianti di trasformazione che generano lavoro per molti, pur mantenendo i costi di produzione della biomassa più competitivi rispetto al presente in zone che in ogni caso sono e rimangono a vocazione agricola.
A guardare la situazione odierna con occhi disincantati abbiamo già chiaro il futuro, vado a riassumere:
- disoccupazione e spopolamento di ampie aree agricole
- fame di energia e perdita dei margini di ricavo delle aziende energivore presenti
- prospettiva di crescente delocalizzazione e deindustrializzazione
- prospettiva di perdita ulteriore di produzione a vantaggio di paesi extra UE
- prospettiva di irrilevanza economica
- prospettiva di problemi di ordine sociale.
Un diverso sistema, un sistema verde può concretizzare invece una realtà molto migliore:
- rinascita produttiva
- calo della disoccupazione
- maggior valore immobiliare
- attrazione di investimenti produttivi tramite energia incentivata.
Il ruolo della politica in questa logica è chiaramente ineludibile:
- L'attrazione di investimenti energetici nelle biomasse con conseguente ottenimento di quote di energia a prezzo competitivo farebbe rinascere l'interesse industriale nelle aree di intervento, la quota di disoccupazione e malessere sociale calerebbero significativamente.
- Un controllo delle quote area destinate all'energia manterrebbe inalterati i presenti rapporti economici di produzione agricola.
- La diversificazione nelle colture su vaste aree produrrebbe un miglioramento dell'ambiente in generale spezzando l'attuale monocoltura, si genererebbe automaticamente un calo dell'utilizzo di fitofarmaci ottenendo aree meno inquinate.
-La quota di ricavo del settore agricolo aumenterebbe sensibilmente, nuove realtà agricole e vecchie aziende potrebbero trovare linfa in questo mercato.
Dai discorsi macroeconomici e di ordine generico, passiamo ora all'ambito tecnico che attiene al Vetiver; la somma delle caratteristiche fisiologiche uniche della pianta e la sua resa economica vanno ricordate ora:
- Basse necessità idriche grazie al sistema radicale profondissimo e verticale
- Potenziale infestante irrisorio come stabilito dall'USDA
- Competizione prossimale con altre coltivazioni nullo
- Resistenza al fuoco
- Bassissima incidenza delle avversità biologiche
- Alto fattore di rigenerazione
- Alta resa di biomassa (80-100T/ha/annum)
- Tolleranza all'inquinamento senza confronti
- Basse necessità di imput energetico (impianto, manutenzione, raccolta)
- Produzione a regime in tempi minori rispetto ad altre essenze.
Tutti questi fattori, appurati e indagati già in dettaglio nell'ultimo quarto di secolo in tutto il mondo, sono sotto gli occhi di tutti, ribadisco che la decisione e il coordinamento non possono non essere politici.
Il Know How accumulato in quindici anni di produzione mi danno la certezza delle mie affermazioni e credo che sia giunto il momento di dare rilievo a questi fatti per fare il salto di qualità nell'economia verde.
Nei prossimi giorni passerò al conto economico della produzione per necessità di superficie, manodopera, infrastrutture, quantità, rese.
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